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Francesco Lanza

Francesco Lanza vive ed è nato a Trieste, ma è in fuga dall’innalzamento dei mari. Nei prossimi anni intende strisciare verso l’Altipiano Carsico, rapido come una inesplicabile migrazione di spugne. Ha una compagna, Martina Prodi, altrettanto impegnata nell’amore per il fantastico, a cui deve i primi reality check di ogni opera. Ha studiato Giurisprudenza ma è finito a fare il pennivendolo e a digitalizzare riviste.
A Francesco non mancano gli interessi: ha giocato di ruolo sin dall’infanzia, ha studiato la scherma storica, ha tradotto in inglese trattati seicenteschi scritti a Venezia, ha dipinto miniature e accumulato saggistica, ama cinema, serie tv, fumetti e ogni forma di intrattenimento. In questo momento specifico della propria vita ha già scritto tre libri, ma ancora non sa se vuole pubblicarli, e sta valutando le proprie possibilità di riuscire a far sopravvivere un giardino, ora che ne possiede uno.

Bibliografia

 

La Spada Maestra
Di Bondi di Mazo, traduzione di Matteo Butera, Francesco Lanza, Jherek Swanger e Reinier van Noort
2016
La Spada Maestra è stata pubblicata nel 1696, e rappresenta uno degli ultimi trattati di scherma che riguarda la “spada”, termine generico che nel periodo veniva usata per definire, tra le altre armi simili, quella che nei musei viene definita “striscia”. Nel 17° secolo erano meno precisini, e avrebbero combattuto nella stessa maniera anche con una Schiavona o qualsiasi altra arma, per come gli fosse stato insegnato. E questo libro rappresenta uno degli ultimi manuali di tale genere di letteratura “pratica” prima che l’arma d’elezione per i duelli diventasse lo spadino alla francese (o un’evoluzione della “striscia” nel sud dell’Italia, che avrebbe portato alla nostra definitiva “schema classica”) e l’abitudine di scrivere dell’arte del combattimento scemasse per un certo periodo. Questa traduzione in inglese dall’italiano ha due vantaggi: dimostra usando una lingua “franca” e condivisa uno stile di scherma vivacissimo e stimolante, con una concezione dinamica della misura, ed è molto chiaro, cosa che all’autore originale, non certo un letterato e nato tanto tempo fa, riesce molto difficoltoso essere.

 

Hexerei
2019
Hexerei è un cupissimo gioco folk-horror ambientato nel ‘600 in Germania durante la Guerra dei Trent’anni. Fino a quattro giocatori assumeranno i panni dei Cacciatori di Streghe, e un quinto giocatore si occuperà di gestire la diabolica Congrega. Si tratta di un boardgame di esplorazione e combattimento tattico, in cui la gestione del rischio e la violenza fanno da padrone. Riusciranno gli eroi a salvare l’Impero dall’Apocalisse? Avevamo pregato che la Provvidenza ci inviasse cavalieri in armature brillanti, ma feccia e fanatici sono tutto quello che è venuto in nostro soccorso…

Immagini di Igor Krstic


Intervista a Francesco Lanza

 

1. Cosa ti ha spinto a scrivere?

Ho scritto per anni per conto di riviste online, un’attività che mi ha fatto venire la nausea per la parola scritta. Non mi sono mai ritenuto capace di comporre della narrativa, men che meno in quel periodo, ma verso la fine dei “trenta” — a vita del tutto cambiata — ho provato a mettermi dietro una tastiera e vedere cosa sarebbe successo. La nausea, ho scoperto subito, era svanita. Inizialmente è stato divertente, poi la cosa ha smesso di avere la connotazione della novità e dello svago, i ritmi sono diminuiti, ma con mia sorpresa scrivere è diventato parte della vita. In un certo senso è stato traumatico: l’impatto mi ha fatto perdere degli interessi che ritenevo vitali, tanto per dirne una. Il cervello umano è strano!

2. Pensi che quello che scrivi possa avere un impatto sul mondo che ti circonda?

La narrativa fantastica ha SEMPRE un impatto! Come tantissimi altri, io sono chi sono grazie alla Collina dei Conigli, a Fiori per Algernon, al Racconto dell’Ancella. Poi anche sugli autori bisogna ragionare criticamente, e calarli nel contesto della propria vita. Io di sicuro non andrei d’accordo con H.P. Lovecraft, la persona, ma quanto al lui autore sono il primo ad ammettere che ha usato la paura del diverso in modo estremamente costruttivo, forse un caso più unico che raro nella nostra specie.
Analizzare il messaggio è interessante quanto godersi l’opera, per il sottoscritto. E c’è sempre un messaggio, una presenza dell’autore, in quello che scriviamo e leggiamo, anche solo quando è per intrattenimento. L’umanità si illude con ostinazione di essere capace di “rimuoversi” a comando. Come ci piace immaginarci una natura vergine che sopravvive in continenti abitati da decine o centinaia di migliaia di anni, così ad alcuni piace immaginare un racconto fantasy in cui l’elemento-autore sia assente. È un’illusione. Il fantastico ci permette solo di disarmare e smontare i problemi per analizzarli da punti di vista interessanti, ma non lo fa mai senza “danni”. Un danno possibile è di semplificare una situazione complessa, rendendola artificiosa. Un altro è di mandare in crisi il lettore facendogli capire che era lui quello che fino a quel punto semplificava troppo. Io sono molto grato a tutti gli autori che mi hanno confuso le idee, inducendomi a sognare un mondo “perfetto” in cui i problemi della vita si può risolverli, chessò, con la cieca fiducia nella fede o nella monarchia, e sono grato anche a quelli che mi hanno fatto crescere, consentendomi di vedere il mondo dal punto di vista di chi è differente da me.

3. Cos’è per te il Confine? Credi sia importante varcarlo?

Il Confine può essere qualcosa di molto burocratico e tedioso, come quello che noi triestini avevamo a dividerci dai paesi dell’area balcanica. Ai tempi in cui ero bambino si valicava per fare benzina, contrabbandare sigarette e branzini, andare a pranzo fuori. Oggi si valica quasi senza accorgersene. Quasi non si vede, il Confine, è permeabile sia che tu sia in gita, sia che tu stia fuggendo da tragedie. Eppure ci sono tizi che a malapena avevano smesso il pannolino quando il vecchio Confine è caduto che oggi vorrebbero blindarlo con reti metalliche e filo spinato. Non ricordano la realtà del Confine, immaginano piuttosto una Patria che ne era protetta, quando la realtà era un territorio decapitato e oppresso. Questo è di sicuro un tipo di Confine. Un altro Confine, se torniamo indietro di secoli, è quello che spingeva gli “impresari” dell’esplorazione a scoprire cosa c’era nei vuoti delle mappe. La sete di scoperta, in quel caso, diventava presto avidità crudele. Verso i Confini, insomma, nascondiamo tutti delle pulsioni contrastanti. È giusto inseguire un Confine e scoprirlo e forse valicarlo quando si è pronti, ma prima di tutto urge apprezzare che in primo luogo il Confine è il luogo in cui due qualità differenti si toccano.