Crea sito

Il Giorno della Memoria, la memoria di ogni giorno

Oggi volevo scrivere un aggiornamento sul nostro lavoro ma poi mi è caduto l’occhio sul calendario e il mio cervello ha fatto click.
La mia memoria è pessima e necessita sempre di qualche sollecitazione per mettersi in moto. È a questo, in fondo, che dovrebbero servire le giornate della memoria: non come rito autoassolutorio in cui tutti si dicono che sono buoni e sensibili perché osservano un minuto di silenzio, ma un momento comune per ricordarci quello che è stato, una campana che suona a morto per riportarci col pensiero a qualcosa che non può e non deve essere dimenticato, non solo in quella data, ma ogni singolo giorno.
A questo dovrebbe servire il Giorno della Memoria, ma non solo. Procediamo con ordine…

Il 27 gennaio del 1945 i soldati sovietici dell’Armata Rossa arrivano ad Auschwitz scoprendo il campo di sterminio locale e liberandone i prigionieri.
Paradossalmente i superstiti del campo sono quelli più malandati, una decina di giorni prima, infatti, le forze naziste in rotta prendono i prigionieri ancora in grado di camminare e li trascinano con loro nel gelo e nella neve dell’inverno polacco. Non li vogliono usare come scudi umani. Li vogliono ammazzare, farli morire di freddo e di stenti.
Ci riescono.

Sono documentati diversi episodi di quelle che vengono definite “Marce della Morte”.
Nel libro “I volonterosi carnefici di Hitler” lo storico Daniel Jonah Goldhagen porta questo (insieme ad altri) come esempio di quanto l’odio antiebraico fosse radicato nei tedeschi.
Pensateci: siete dei soldati, il vostro esercito è stato sconfitto, vi state ritirando precipitosamente incalzati da un nemico che considerate terribile e terrificante, ai limiti dell’umano, e cosa fate? Vi fermate lungo la strada a prendere colonne di prigionieri male in arnese per trascinarli a marciare senza meta fino a farli crepare peggio dei cani. Quanto dev’essere profondo il vostro odio per mettere la morte di un gruppo di persone prima della vostra stessa sopravvivenza?

Torniamo a noi.
In questo giorno ricordiamo le vittime dell’Olocausto nazista che aveva come obiettivo l’eliminazione totale della “razza ebraica” e, tanto che c’erano, di tutte quelle categorie considerate “inferiori” e “indesiderabili”.
Oggi ricordiamo 6 milioni di ebrei.
Oggi ricordiamo le popolazioni slave dei territori occupati dalla Germania.
Oggi ricordiamo i Rom e i Sinti.
Oggi ricordiamo centinaia di migliaia di omosessuali.
Oggi ricordiamo dissidenti politici di ogni appartenenza.
Oggi ricordiamo Testimoni di Geova e appartenenti ad altre confessioni religiose poco gradite al regime.
Oggi ricordiamo uomini, donne e bambini portatori di handicap o malattie mentali.
Oggi ricordiamo tutte quelle vittime.

Un numero di esseri umani uccisi tra il 1933 e il 1945 stimato TRA I 15 E I 17 MILIONI
Se ricordiamo tutto questo orrore non è certo perché sia l’unico genocidio della storia. Anzi.
Basta pensare allo sterminio dei nativi sud americani da parte dei conquistadores nel sud e dei coloni nel nord.
Agli armeni trucidati dai turchi.
Ai kurdi gassati da Saddam Hussein.
O alle decine di migliaia di donne uccise ogni anno nel mondo da uomini fin dall’alba dei tempi.
Ciò che rende “speciale” l’Olocausto è la sua implacabile sistematicità: lo sterminio elevato a processo industriale.

Io credo però che il ricordo sia inutile se si riduce a una messa di requiem e diventa deleterio se lo si trasforma in una ragione di divisione. E, non nascondiamocelo, è quello che è successo e sta succedendo perché ci si è attaccati alla formalità e non alla sostanza.
Oggi dovremmo ricordare, insieme al fatto storico, l’idea aberrante di voler annientare ciò che è diverso da noi.
Se non viene fatto questo si finisce con il piangere i propri morti mentre ci si pulisce le mani e la coscienza dal sangue di qualcun altro. Perché “è diverso”.

Ed è sempre questo l’inghippo: la diversità, che diventa accusa e assoluzione alla bisogna.

Invece no.
Falliamo se pensiamo di non poter essere i nazisti di turno, perché relegando il “mostro” in una dimensione altra siamo condannati a trasformarci in esso senza rendercene conto.
Falliamo se crediamo che non possa capitare di essere noi l’ebreo di turno, o il gay che viene pestato nei bagni, o la donna che viene violentata dal partner, o il nero che viene ammazzato di botte dal caporale…
Falliamo se non capiamo che siamo tutti diversi e che quindi, per qualcun altro, i diversi siamo noi.

Nel comunicato del 28 maggio 94 il Subcomandante Marcos dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale del Chapas scrive:

Marcos è gay a San Francisco, nero in Sudafrica, asiatico in Europa, chicano a San Isidro, anarchico in Spagna, palestinese in Israele, indigeno nelle strade di San Cristóbal, ragazzino di una gang a Neza, rocker a Cu, ebreo nella Germania nazista, ombudsman nella Sedena, femminista nei partiti politici, comunista nel dopo Guerra fredda, detenuto a Cintalapa, pacifista in Bosnia, mapuche nelle Ande, maestro nella Cnte, artista senza galleria o cartelle, casalinga un sabato sera in qualsiasi quartiere di qualsiasi città di qualsiasi Messico, guerrigliero nel Messico della fine del XX secolo, scioperante nella Ctm, reporter di note di riempimento nelle pagine interne, maschilista nel movimento femminista, donna sola nella metro alle 10 di sera, pensionato annoiato nello Zócalo, contadino senza terra, editore marginale, operaio disoccupato, medico senza impiego, studente anticonformista, dissidente nel neoliberismo, scrittore senza libri né lettori e, certamente, zapatista nel sud-est messicano. Marcos è tutte le minoranze rifiutate e oppresse, resistendo, esplodendo, dicendo “¡Ya basta!” – Ora Basta! Tutte le minoranze nel momento di parlare e maggioranze nel momento di tacere e sopportare. Tutti i rifiutati cercando una parola, la loro parola, ciò che restituisca la maggioranza agli eterni frammenti, noi. Tutto ciò che dà fastidio al potere e alle buone coscienze, questo è Marcos. E, per questo, tutti noi che lottiamo per un mondo diverso, per la libertà e l’emancipazione dell’umanità, tutti noi siamo Marcos.

Ed è tutto, tutto, tutto qua dentro.
Ricordare l’orrore che possiamo commettere. Ricordare l’orrore di cui possiamo essere vittime.
Riconoscersi diversi per riconoscersi uguali.