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Maikel Maryn

Maikel Maryn nasce in una notte buia e tempestosa in cui il velo tra i mondi si assottigliava, forse perché era Samhain, più probabilmente per l’ultimo di una lunga serie di bicchieri riempiti e svuotati.

Di quello che c’era prima restano anni passati a scrivere, ad ascoltare pessima musica e accumulare conoscenze che fanno paura alla brava gente.

Scrive quello che vuole leggere: narrativa fantastica dalle tinte scure, infarcita di sesso esplicito, violenza efferata ed ettolitri di sangue.


 
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Bibliografia

 

Luna Nuova
Maikel Maryn
2015
Venezia, quattordicesimo secolo.
Una giovane attende alla finestra l’arrivo di un ospite misterioso. Un ricco mercante alla ricerca di piaceri più che proibiti. Una coppia di amanti si incontra per consumare il proprio amore clandestino. Tra ponti e canali queste figure si muovono in una notte senza luna per scoprire che per avere ciò che si desidera c’è sempre un prezzo da pagare…
Gratis su tutte le principali piattaforme.

 

Larvae – L’ombra di Venezia Vol. I
Maikel Maryn
2017
Schiavo, assassino, fuggiasco, brigante, contrabbandiere, lo Sçiavo è un uomo senza nome e senza radici, ma cosa può succedere quando l’unico luogo che sente di chiamare casa viene invaso? Cosa vogliono gli uomini silenziosi, avvolti in cappe nere e con i volti celati da maschere inespressive?Chi è La Vergine e cosa c’entra con loro?
Le risposte sono là fuori, nelle tenebre oltre i confini della laguna veneziana…


Intervista a Maikel Maryn

1. Cosa ti ha spinto a scrivere?

Ho sempre inventato storie. So che è la risposta più banale che si possa dare ma la realtà lo è spesso e la ricerca dell’originalità a tutti i costi la trovo un cliché molto più fastidioso. Uno dei rari ricordi dell’infanzia che conservo sono io da bambino che con gli indici batto sui tasti di una macchina da scrivere. Poi per molti anni la scrittura è stata altro dalle storie che avevo in testa: ho scritto per quotidiani, riviste di musica, portali, blog. Fino al 2015. Quello che mi ha spinto a scrivere non è stato il “sacro fuoco dell’arte”, né una molto bohémien lotta contro i miei demoni interiori, ma il tentativo abbastanza affannoso di tenermi insieme in un momento in cui stavo andando in pezzi. Avevo bisogno di provare a me stesso di riuscire a fare qualcosa, qualsiasi cosa, e quello che so fare (almeno ci provo) è scrivere, così mi sono costretto alla scrivania ed è nato Luna Nuova.

 

2. Pensi che quello che scrivi possa avere un impatto sul mondo che ti circonda?

Che possa averlo per me è fuor di dubbio, che ce l’abbia effettivamente è un altro paio di maniche. Ma se penso alla mia esperienza ci sono un sacco di letture che sono state formative per me, non solo dal punto di vista della scrittura ma anche da quello umano. Penso ad esempio ai fumetti di Alan Moore e in parte di Alan Grant, tanto quanto l’epica decadenza di Frank Miller, oppure a George Orwell che non credo possa essere letto senza rimanerne toccati, esattamente come mi accade con Ursula K. LeGuin. La grandeur di Tolkien, il disincanto di Moorcock, l’approccio umano, umanissimo di George R. R. Martin o di Joe Abercrombie, il nichilismo di H. P. Lovecraft contrapposto allo ferrea volontà di resistere degli eroi di Robert E. Howard. Potrei andare avanti all’infinito e mi dimenticherei sempre qualcosa o qualcuno.

Allora se tutta questa roba ha avuto un impatto su di me, anzi, direi che tutta questa roba ha letteralmente contribuito a costruirmi come persona oltre che come scribacchino, allora perché non cercare di dare indietro almeno un briciolo di quello che ho ricevuto? Dare a chi legge quello che scrivo non solo le emozioni che sono dovute a un lettore, ma anche qualcosa che sedimenti nel suo animo, qualcosa che abbia significato nel tempo.

Ecco, io non so se ci riesco a fare una cosa del genere, ma voglio cercare di farlo.


3. Cos’è per te il Confine? Credi sia importante varcarlo?

Ho sempre visto i confini come limiti e come menzogne, gabbie che ci costruiamo attorno e chiamiamo “identità”, solchi tracciati sul terreno per delimitare il “noi” in opposizione al “loro”, per separare ciò che siamo da ciò che vogliamo considerare “altro”. Così si creano entità sempre più grandi ma fatte di micromondi: i continenti si dividono in stati, gli stati in regioni, le regioni in province, in comuni, in paesi, in quartieri, e questa scacchiera è attraversata da altre linee di frattura che si delineano in base alla ricchezza, al genere, alle preferenze sessuali, all’appartenenza politica, al tifo sportivo, all’appartenenza a un fandom. Funziona così anche nell’arte, per fare un altro esempio, si creano correnti in base a similitudini tra artisti, poi si codifica un genere, uno stile, e di conseguenza si cristallizzano criteri per decidere chi è dentro e chi è fuori. Machissenefrega.

Ho sempre pensato che i confini vadano varcati, gli steccati abbattuti, le definizioni abbandonate, le identità tradite. Rispettarsi nelle rispettive diversità è ed è stato un punto di svolta importante, ma non è il traguardo, è un ulteriore confine, oltre c’è lo smettere di definirsi in base alle differenze e iniziare a rispecchiarsi in quelli che consideriamo “gli altri”.

Il confine va varcato per dimostrare che non esiste alcun confine.